Come citare questo articolo: Donatella Allegro"Una bici tutta per sé". La bicicletta come alleata dell'emancipazione femminile, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 1 (2017) []. http://rivista.clionet.it/vol1/societa-e-cultura/teatro/allegro-una-bici-tutta-per-se-la-bicicletta-come-alleata-dell-emancipazione-femminile. Ultimo accesso 07-01-2018.

Se affermare che il teatro possa fare della "buona storia" è certamente troppo azzardato, è invece innegabile che una certa dose di storia possa contribuire a fare del "buon teatro" – almeno se per "buono" si vuole intendere un teatro che informi, rilanci, proponga argomenti e dubbi destinati a rifrangersi e a proliferare nella ricezione, nella memoria e nella rielaborazione degli spettatori.

Per far questo, può essere utile lavorare da dramaturg più che da drammaturgo, essere disposti più alla ricerca che alla creazione pura (ammesso che questa esista), dialogare, in sintesi, con materiali multipli e competenze o esperienze variegate. Una pratica, questa, né nuova né rara, ma la cui necessità sembra farsi più urgente in un'epoca in cui, da una parte, si è tornati a fare spettacolo fuori dai teatri ufficiali e attraverso modalità partecipative, e, dall'altra, le battaglie sociali e politiche sembrano infiammare solo se "ben comunicate".

È con tali aspirazioni che è stato concepito E io pedalo. Donne che hanno voluto la bicicletta, uno spettacolo diretto da Donatella Allegro e interpretato da Irene Guadagnini ed Eugenia Rofi, autoprodotto da un piccolo gruppo di professionisti di area bolognese riuniti nell'Associazione Culturale Effettica. Nato nel giugno 2016, questo lavoro teatrale indaga il rapporto tra le donne e la bicicletta come mezzo di trasporto, come svago, come sport e, più ancora, come simbolo: il simbolo, appunto, della lotta per l'emancipazione femminile, di cui quella per la conquista della bicicletta è stata ed è solo una tappa, ma anche un possibile emblema. 

«L’uso della bicicletta è stato fondamentale per l’emancipazione della donna più di qualunque altra cosa al mondo», sentenziava nel 1896 l'attivista statunitense Susan B. Anthony: un'affermazione iperbolica ma che si rivela, alla luce delle fonti storiche, dei testi narrativi e delle testimonianze di ogni tempo, sorprendentemente corretta, giacché fin dal suo apparire la bicicletta viene vietata o quantomeno inibita al sesso femminile, che da subito la rivendica, la cerca, la innalza a simbolo e a strumento concreto di libertà. E se è vero che oggi in Occidente questa può sembrare una storia vecchia, in molti paesi del mondo il divieto persiste: basti pensare al primo film della regista arabo-saudita Haifaa Al Mansour, La bicicletta verde (2012).

Nello spettacolo sono allora proposte, secondo un percorso a tappe che ha l'aria di un tour, alcune tra le molte storie che rivelano lo stretto legame tra emancipazione femminile e uso delle due ruote, tenute insieme da una cornice giocosa, che procede per numeri come nel più classico dei cabaret. Si è scelta poi una scenografia molto scarna, adattabile a spazi e contesti non prettamente teatrali e a prova di austerità produttiva. D'altronde, non è la bici il mezzo proletario per eccellenza? (continua...)